Libertà o destino? Il mistero della vita in danza nel trittico alla Scala


Libertà o destino? Il mistero della vita in danza nel trittico alla Scala
Nicoletta Manni Roberto Bolle in Carmen di Patrick De Bana ph Brescia Amisano @teatroallascala

Ha debuttato ieri, al Teatro alla Scala, in una serata davvero speciale, Carmen del coreografo Patrick De Bana, ispirata alla celebre storia della gitana ribelle, uscita dalla penna di Prosper Mérimée nel 1845 e rappresentata, vent’anni dopo, nell’Opera di Georges Bizet. Una storia di morte che si è intrecciata fatalmente a quella della giovane ballerina scaligera Antonella Luongo, prematuramente scomparsa, che avrebbe dovuto danzare con il corpo di ballo. Così, il trittico di danza contemporanea Kratz/Preljocaj/De Bana, firmato da tre grandi nomi della coreografia mondiale, in scena fino al 12 marzo, si è aperto con un silenzio doveroso di un minuto, seguito da un caloroso applauso da parte del pubblico e degli artisti, riuniti sul palco con il nuovo sovrintendente della Scala, Fortunato Ortombina. Il tema della morte in questa Carmen è presente sulla scena, dall’inizio alla fine, incarnato in un personaggio appositamente creato, interpretato da Edoardo Caporaletti, giacchino aperto sul petto nudo e il viso emaciato, che danza con movenze sinistre e tenebrose. Andrea Crescenzi ha regalato una convincente pantomima del toro, l’animale totem della cultura spagnola. Ambientato in una scenografia di materiali pesanti, in stile post-industriale, firmata dallo spagnolo Ricardo Sanchez Cuerda, una gigantesca lastra grigio scuro con grandi fori sovrasta il palcoscenico, assumendo inclinazioni diverse. Sul fondale, rigorosamente nero, due strutture quadrate con gruppi di candele sui ripiani.  Carmen di Patrick De Bana porta una ventata di autentica Spagna sul palcoscenico del Piermarini con ventinove straordinari ballerini scaligeri. La scelta musicale è perfetta: appena si apre il sipario, irrompe il brano di flamenco puro Aconteció, di due musicisti gitani, il cantante El Pele e il chitarrista Vicente Amigo, mentre si presentano tutti i protagonisti di questa passionale e macabra storia d’amore: la morte e il toro. Carmen, una sinuosa, gagliarda, ribelle, sensuale, prepotente e romantica Nicoletta Manni, che ha interpretato tutte le sfumature del personaggio. Don José, un Roberto Bolle scapigliato, in pantaloni, bretelle e camicia blu, che si cala anima e corpo nel delirio di un uomo razionale che perde i lumi della ragione quando scopre il tradimento di Carmen con il torero. Quest’ultimo, interpretato dal fisico elegante di Marco Agostino, che, in calzini fucsia e costume da torero attillato, danza un bellissimo passo a due, dal sapore romantico, con la bella gitana. Protagonista della serata anche Micaela, una strepitosa Maria Celesta Losa, che cerca invano di sottrarre Don José al suo fatale destino, con movimenti ampi, allungati, avvolgenti.Tornando alla musica, la protagonista è Carmen Suite del russo Rodion Ščedrin, composta per la moglie, la celebre Maya Plisetskaya, che danzò nella coreografia del cubano Alberto Alonso nel 1967 al Bolshoi. Un altro brano esemplare di flamenco irrompe nuovamente, calando il pubblico nella profondità del “cante jondo”: Ayer en Hoy, cantato da Montse Cortés e Juana la del Pipa. Geniale l’idea della grande gabbia che accoglie il passo a due di Don José e Carmen, dopo la rissa tra la gitana e Manuela, dove la coppia sembra “ingabbiata” in un destino crudele. Le luci di Ivan Vinogradov scaldano la scena, rendendo uniche le danze di gruppo e i passi a due. Bellissimi i costumi della tedesca Stephanie Bäuerle: gli abiti lunghi delle ballerine, con gli scialli che avvolgono i fianchi e quelli degli uomini, in pantaloni, gilet e camicia, tutti dai colori caldi e decisi. Finale con una manciata di coriandoli bianchi che cadono sui corpi dei due amanti e luci rosse infuocate. Uno spettacolo audace, dalle tinte forti, dove la compagnia scaligera danza all’unisono con energia, rigore e passione.

Benedetta Montefiore Virna Toppi ph Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala

Sempre toccante l’intimo passo a due Annonciation (1995) del coreografo francese di origine albanese Angelin Preljocaj, che proprio quest’anno festeggia il trentesimo anniversario della sua creazione. Il balletto è stato danzato ieri sera da Virna Toppi nel ruolo dell’angelo e Benedetta Montefiore, in quello di Maria che si conquista il ruolo con gentilezza e precisione. Perfetta nel disegnare le linee geometriche con il corpo, il braccio dritto con l’indice puntato verso l’alto, Toppi incombe sulla scena, in un abitino corto blu, fendendo lo spazio sui suoni di Stéphane Roy, una cristalleria che sembra andare in frantumi. Annuncia così il miracoloso e sconvolgente evento della maternità di Maria.La fanciulla, seduta su una panchina, in gonna corta, le gambe unite e lo sguardo assente, è intenta a giocare con l’acqua di un ruscello inesistente mentre sul sottofondo si sentono le voci di un gruppo di bambini e il clic di una macchina fotografica. Il Magnificat di Vivaldi, in contrapposizione alla musica elettronica di Roy, apre un’atmosfera sublime di grande poesia. È la quieta accettazione della vergine fanciulla che si abbandona al progetto di Dio, tra silenzi, pose dal sapore pittorico e carezze che non eludono il sottile turbamento causato dall’ingresso lento, ma poi deciso e determinato, dell’Angelo. I loro corpi disegnano linee e forme in un’atmosfera sospesa.Il passo a due si conclude con l’uscita dell’angelo e lo sguardo di Maria che punta il dito verso l’alto. L’atto è compiuto: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Vangelo secondo Luca, 1:38). E l’angelo partì da lei. Un duetto, di rara bellezza, nel repertorio del Teatro alla Scala dal 2002. Sometimes Solitudes, di Philippe Kratz, è ritornato in scena alla Scala, dopo il felice debutto nel 2023. Il balletto è danzato su musiche di Thom Yorke e Radiohead, con un cast di quattordici ballerini e ballerine, alcuni nuovi allo stile di Kratz ma in perfetta sintonia con gli altri interpreti della compagnia. Come scrissi nella mia recensione (leggi), è sempre «entusiasmante osservare i ballerini immersi in questo fiume di emozioni, danzare assoli, duetti, in gruppo, in fila, sospesi tra prese, lifts, pose frontali, in un unicum inarrestabile, in perpetua trasformazione, accompagnati dal loop della musica con le scene di Kratz e Cerri, che firma anche le luci e le videoproiezioni di OOOPStudio».

 

 

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Libertà o destino? Il mistero della vita in danza nel trittico alla Scala
Nicoletta Manni Roberto Bolle in Carmen di Patrick De Bana ph Brescia Amisano @teatroallascala

Ha debuttato ieri, al Teatro alla Scala, in una serata davvero speciale, Carmen del coreografo Patrick De Bana, ispirata alla celebre storia della gitana ribelle, uscita dalla penna di Prosper Mérimée nel 1845 e rappresentata, vent’anni dopo, nell’Opera di Georges Bizet. Una storia di morte che si è intrecciata fatalmente a quella della giovane ballerina scaligera Antonella Luongo, prematuramente scomparsa, che avrebbe dovuto danzare con il corpo di ballo. Così, il trittico di danza contemporanea Kratz/Preljocaj/De Bana, firmato da tre grandi nomi della coreografia mondiale, in scena fino al 12 marzo, si è aperto con un silenzio doveroso di un minuto, seguito da un caloroso applauso da parte del pubblico e degli artisti, riuniti sul palco con il nuovo sovrintendente della Scala, Fortunato Ortombina. Il tema della morte in questa Carmen è presente sulla scena, dall’inizio alla fine, incarnato in un personaggio appositamente creato, interpretato da Edoardo Caporaletti, giacchino aperto sul petto nudo e il viso emaciato, che danza con movenze sinistre e tenebrose. Andrea Crescenzi ha regalato una convincente pantomima del toro, l’animale totem della cultura spagnola. Ambientato in una scenografia di materiali pesanti, in stile post-industriale, firmata dallo spagnolo Ricardo Sanchez Cuerda, una gigantesca lastra grigio scuro con grandi fori sovrasta il palcoscenico, assumendo inclinazioni diverse. Sul fondale, rigorosamente nero, due strutture quadrate con gruppi di candele sui ripiani.  Carmen di Patrick De Bana porta una ventata di autentica Spagna sul palcoscenico del Piermarini con ventinove straordinari ballerini scaligeri. La scelta musicale è perfetta: appena si apre il sipario, irrompe il brano di flamenco puro Aconteció, di due musicisti gitani, il cantante El Pele e il chitarrista Vicente Amigo, mentre si presentano tutti i protagonisti di questa passionale e macabra storia d’amore: la morte e il toro. Carmen, una sinuosa, gagliarda, ribelle, sensuale, prepotente e romantica Nicoletta Manni, che ha interpretato tutte le sfumature del personaggio. Don José, un Roberto Bolle scapigliato, in pantaloni, bretelle e camicia blu, che si cala anima e corpo nel delirio di un uomo razionale che perde i lumi della ragione quando scopre il tradimento di Carmen con il torero. Quest’ultimo, interpretato dal fisico elegante di Marco Agostino, che, in calzini fucsia e costume da torero attillato, danza un bellissimo passo a due, dal sapore romantico, con la bella gitana. Protagonista della serata anche Micaela, una strepitosa Maria Celesta Losa, che cerca invano di sottrarre Don José al suo fatale destino, con movimenti ampi, allungati, avvolgenti.Tornando alla musica, la protagonista è Carmen Suite del russo Rodion Ščedrin, composta per la moglie, la celebre Maya Plisetskaya, che danzò nella coreografia del cubano Alberto Alonso nel 1967 al Bolshoi. Un altro brano esemplare di flamenco irrompe nuovamente, calando il pubblico nella profondità del “cante jondo”: Ayer en Hoy, cantato da Montse Cortés e Juana la del Pipa. Geniale l’idea della grande gabbia che accoglie il passo a due di Don José e Carmen, dopo la rissa tra la gitana e Manuela, dove la coppia sembra “ingabbiata” in un destino crudele. Le luci di Ivan Vinogradov scaldano la scena, rendendo uniche le danze di gruppo e i passi a due. Bellissimi i costumi della tedesca Stephanie Bäuerle: gli abiti lunghi delle ballerine, con gli scialli che avvolgono i fianchi e quelli degli uomini, in pantaloni, gilet e camicia, tutti dai colori caldi e decisi. Finale con una manciata di coriandoli bianchi che cadono sui corpi dei due amanti e luci rosse infuocate. Uno spettacolo audace, dalle tinte forti, dove la compagnia scaligera danza all’unisono con energia, rigore e passione.

Benedetta Montefiore Virna Toppi ph Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala

Sempre toccante l’intimo passo a due Annonciation (1995) del coreografo francese di origine albanese Angelin Preljocaj, che proprio quest’anno festeggia il trentesimo anniversario della sua creazione. Il balletto è stato danzato ieri sera da Virna Toppi nel ruolo dell’angelo e Benedetta Montefiore, in quello di Maria che si conquista il ruolo con gentilezza e precisione. Perfetta nel disegnare le linee geometriche con il corpo, il braccio dritto con l’indice puntato verso l’alto, Toppi incombe sulla scena, in un abitino corto blu, fendendo lo spazio sui suoni di Stéphane Roy, una cristalleria che sembra andare in frantumi. Annuncia così il miracoloso e sconvolgente evento della maternità di Maria.La fanciulla, seduta su una panchina, in gonna corta, le gambe unite e lo sguardo assente, è intenta a giocare con l’acqua di un ruscello inesistente mentre sul sottofondo si sentono le voci di un gruppo di bambini e il clic di una macchina fotografica. Il Magnificat di Vivaldi, in contrapposizione alla musica elettronica di Roy, apre un’atmosfera sublime di grande poesia. È la quieta accettazione della vergine fanciulla che si abbandona al progetto di Dio, tra silenzi, pose dal sapore pittorico e carezze che non eludono il sottile turbamento causato dall’ingresso lento, ma poi deciso e determinato, dell’Angelo. I loro corpi disegnano linee e forme in un’atmosfera sospesa.Il passo a due si conclude con l’uscita dell’angelo e lo sguardo di Maria che punta il dito verso l’alto. L’atto è compiuto: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Vangelo secondo Luca, 1:38). E l’angelo partì da lei. Un duetto, di rara bellezza, nel repertorio del Teatro alla Scala dal 2002. Sometimes Solitudes, di Philippe Kratz, è ritornato in scena alla Scala, dopo il felice debutto nel 2023. Il balletto è danzato su musiche di Thom Yorke e Radiohead, con un cast di quattordici ballerini e ballerine, alcuni nuovi allo stile di Kratz ma in perfetta sintonia con gli altri interpreti della compagnia. Come scrissi nella mia recensione (leggi), è sempre «entusiasmante osservare i ballerini immersi in questo fiume di emozioni, danzare assoli, duetti, in gruppo, in fila, sospesi tra prese, lifts, pose frontali, in un unicum inarrestabile, in perpetua trasformazione, accompagnati dal loop della musica con le scene di Kratz e Cerri, che firma anche le luci e le videoproiezioni di OOOPStudio».

 

 

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